Messico: curiosità tra storia e parole di Octavio Paz

Finalmente, dopo tanti indovinelli sui social, eccovi svelata la mia nuova meta:

il Messico.

Qui vorrei allietarvi con un piccolo aneddoto che non troverete in nessuna guida. Tutti sanno scrivere di quant’è bella il tempio a Tulum o di quanto è suggestivo il gioco di luci al tramonto e all’alba della piramide di Chichén Itzá.

Ma solo chi ha studiato approfonditamente questa maravillosa nazione scopre uno dei suoi segreti più intrinsechi. Qui vi farò conoscere la Messicanità ed il Messicano come non ne avete mai letto.

Inserirò citazioni de El laberinto de la soledad di una delle menti più brillanti della letteratura messicana del secolo scorso: Octavio Paz[1]. (traduzioni in nota)

Octavio Paz, fonte web

Rivedo il Messico dopo 15 anni. All’epoca avevo 10 anni e certe cose le ricordo davvero molto chiaramente, come le cime degli alberi, mentre camminavo sulla piramide di Chichén Itzá. Forse è da quella scalata che le vertigini sono iniziate. Invece cose come la Quinta Avenida di Playa del Carmen, dove abbiamo passeggiato spesso, la ricordo a mala pena.

Il labirinto della solitudine: storia

Ho studiato questo libro per preparare l’esame di Testi, lingue e culture ispanoamericane e senza dubbio il capitolo più emblematico per comprendere a fondo il Messic(an)o è il quarto: Los hijos de la Malinche[2].

Chi è il messicano?

“Un ser insondable. […] Hay un misterio mexicano como hay un misterio amarillo y uno negro. […] No somos gente segura y nuestras respuestas como nuestros silencios son imprevisibles, inesperados. Traición y lealtad, crimen y amor, se agazapan en el fondo de nuestra mirada. Atraemos y repelemos[3].

Ciò che emerge è un’identità messicana molto contraddittoria. Il messicano attrae e allo stesso tempo repelle. È un essere insondabile, un mistero. Silenzi e risposte si alternano inavvertitamente, l’amore si mischia al crimine. Perché?

La risposta è una sola parola: la Chingada.

Il labirinto della solitudine: la Chingada

Questa è la maggior espressione dell’intimità messicana, esprime “las explosiones de nuestra vitalidad […] y las depresiones de nuestro ánimo[4].

In italiano il verbo chingar vuol dire “fottere, fregare” ed il suo participio passato femminile Chingada “fottuta, fregata”. La Chingada è una donna, una madre mitica che è stata letteralmente “fottuta”. Un nome violento e violentato, duale.

Messico Chingada

La Chingada

Dice Paz: “lo chingado es lo pasivo, lo inerte y abierto”[5] e la chingada fu una donna “la Madre abierta, violada o burlada por la fuerza[6] da Hernán Cortés.

Malintzin, nella lingua náhuatl originale dei maya, ibridato poi in Malinche, era una donna indigena che fu regalata al conquistador Cortés. Diventa la sua interprete nelle campagne di conquista  e dà alla luce un figlio “fruto de una violación[7]. Il bambino rappresenta l’emblema di un’offensivo meticciato e della sottomissione maya.

Chingada Messico

La Malinche e Cortés che incontrano altri popoli, fonte web

Il labirinto della solitudine: la solitudine

Il messicano sente il tradimento di Malintzin scorrere nelle sue vene ogni giorno. Questo gli causa da sempre una confusione letale rispetto alla sua identità che si fonde perfettamente in un labirinto di solitudine. Il messicano si sente solo, abbandonato nella sua stessa terra.

Ecco perché l’essere messicano è “una orfandad, una oscura conciencia […] y una ardiente búsqueda: una fuga y un regreso, tentativa por restablecer los lazos que [los]unían a la creación[8].

Questo ricerca continua di sé stessi ha portato nei messicani un vero e proprio ermetismo, un’imperscrutabilità che li destabilizza fino all’osso. Fin dall’arrivo dei coloni, i messicani hanno dovuto lottare contro il nemico, contro sé stessi per aver mischiato il loro sangue.

Immaginate ora perché le canzoni messicane parlano di amori strazianti, di passioni disperate e di lotte contro il tempo o contro un rivale o contro sé stessi…

Vi ho annoiato abbastanza?

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Paz, Octavio, El laberinto de la soledad, Madrid, Edición Catédra, 2015.
[2] I figli della Malinche.
[3] “Un essere incommensurabile. […] C’`un mistero messicano come ce n’`uno giallo e uno nero. Non siamo gente sicura e le nostre risposte come i nostri silenzi sono imprevedibili, inaspettatti. Tradimento e lealt´, crimine e amore si insinuano nel fondo del nostro sguardo. Attraiamo e repelliamo.” El laberinto de la soledad, p. 210.
[4] “le esplosioni della nostra vitalità e le depressioni del nostro animo”, El laberinto de la soledad, p. 223.
[5] “il fottuto è il passivo, l’inerto, l’aperto”, El laberinto de la soledad, p. 222.
[6] “la Madre aperta, violata o derisa dalla forza”, El laberinto de la soledad, p. 225.
[7] “frutto della violazione”, El laberinto de la soledad, p. 225.
[8] “un essere orfani, un’oscura coscienza […] e un’ardente ricerca: una fuga e un ritorno, tentativo di ristabilire i legami che li riunivano alla creazione”, El laberinto de la soledad, p. 163.

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